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Corpi migranti

A proposito della nuova legge della regione Friuli-VG sull’immigrazione

Di questa legge ancora da fare esiste per ora solo la “Relazione” di un comitato ristretto formato all’occasione per definirne le linee fondamentali. Non è un testo definitivo, ma una base di discussione e quindi quello che è scritto non va preso alla lettera. Tuttavia vale la pena prenderlo in esame.

Già il titolo (p.1) -“Norme per l’integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati” – solleva qualche perplessità, non fosse altro perché mette insieme “cittadini” e “immigrati”, che cittadini non sono a pieno titolo; cittadini che, in quanto tali, non avrebbero bisogno di essere integrati, e “stranieri”, che in quanto non cittadini, invece sarebbero da “integrare”; “immigrati “, che non sono solo stranieri – non basta essere stranieri per essere connotati come immigrati, – con “cittadini”, che stranieri e immigrati non dovrebbero essere, e così via.

Così come al secondo punto – “Finalità” (p.1) – si parla di “diritti e doveri” per i migranti: ritornello che sentiamo da anni e che sottintende ambiguamente il fatto che i migranti abbiano diritti ma che non conoscano bene i loro doveri: i migranti i loro doveri li conoscono benissimo – basta chiedere loro quanti timbri, certificati, fotocopie di questo e di quello devono presentare per ottenere il permesso di soggiorno, e quando se ne dimenticano c’è sempre qualche solerte poliziotto nei quotidiani controlli per strada che glieli ricorda subito. Sono i diritti che non conoscono perché non li hanno. Ma non è il caso di fare le pulci a un documento preparatorio.

La Relazione passa poi a delineare gli interventi nei vari ambiti: casa, formazione, lavoro ecc. Tutte cose condivisibili e giuste di cui le associazioni parlano da sempre e che non sono state ancora realizzate. Da questo punto di vista il documento è del tutto privo di interesse, perché si tratta di semplice buon senso ed elementari principi di eguaglianza. Si può obiettare che sia l’uno che gli altri sono merce rara di questi tempi. Vero. E che già renderli effettivi sarebbe un grande passo. Altrettanto vero. Ciò non toglie che il documento si muove entro una logica difensiva ed è questa la ragione che lo rende tutto sommato inoffensivo. Un po’ come la proposta di voto. Basta essere un minimo illuminati, senza essere sovversivi, per accettarla – al di là della discussione inutile sui suoi limiti e sulla sua strumentalità.

C’è un solo punto realmente interessante nel documento. Anzi, una sola parola: al titolo “Tutela della salute”, (p.6): “Alle cittadine e cittadini stranieri immigrati, regolari o comunque presenti (sottolineatura mia) nella Regione FVG, sono garantite, in ogni azienda sanitaria, le attività sanitarie previste dalla normativa e dai piani regionali vigenti”. Presenti: è la parola chiave. Perchè si può applicare agli irregolari.

La normativa vigente – la legge Bossi-Fini – prevede per gli irregolari “le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio …” (art.35). Ora, qui, in virtù delle estese competenze della regione in materia sanitaria, sarebbe possibile sottoporre gli irregolari a tutte le cure che si riferiscono alla “salute”, e non solo a quelle “essenziali” ed emergenziali.

La cosa sembra un dettaglio, ma non lo è. Spesso è proprio il dettaglio che permette di aprire nuovi varchi. Perché in questo caso il dettaglio riguarda una situazione estrema capace di illuminare tutto il resto: la condizione di irregolarità. Garantire l’assistenza medica “normale” agli irregolari significherebbe infatti legare un diritto – il diritto alla salute – alla semplice presenza. Per avere un diritto – anche uno solo- non sarebbe necessario essere cittadino italiano, essere regolare, essere residente, essere bianco o nero, essere titolare di un passaporto valido, ecc., al limite essere un nome. O anche essere una “persona”, un “essere umano”, un “figlio di dio”, un “fratello immigrato”. Basta essere presente, occupare spazio. E siccome la presenza è indissolubilmente legata al corpo, basta essere un corpo, senza altra determinazione, perché “i corpi sono luoghi d’esistenza e non c’è esistenza senza luogo, senza un là, senza un ’qui’ e un ’ci’ per il questo.” (J.-L. Nancy, Corpus, p.16). E, anzi, basta essere corpi, perchè il corpo è sempre al plurale, è un molteplice, “i corpi sono innanzitutto e sempre altri – così come gli altri sono innanzitutto e sempre corpi … Un altro è un corpo, perché solo un corpo è un altro. Ha questo naso, questo colore della pelle, questo neo, questa altezza, questo incavo, questa stretta. Pesa questo peso. Ha questo odore. Perchè questo corpo è così e non altrimenti? Perché è altro – e l’alterità consiste nell’esser-tale, nel senza fine dell’esser-tale, nell’essere così di questo corpo ..” (p.28). Così, “i corpi, pur nella loro infinita differenza, sono uguali … l’uguaglianza si rivela come la condizione dei corpi” (Postfazione a Corpus, p.106). E’ a questa fondamentale e radicale uguaglianza che si può legare un’azione veramente nuova in materia di corpi migranti. Questi corpi, così definiti, assomigliano molto alla singolarità, “a ciò che Agamben chiama l’essere-qualunque” (p.104), ma con il pregio di essere sottoposti solo alla forza di gravità e allo spazio. Ancora.

Si sa – anche perché viene ribadito esplicitamente in continuazione – che i corpi migranti sono corpi-che-lavorano. La loro presenza è concepita solo in quanto – regolari o no – sono corpi subordinati al lavoro, la cui esistenza è ridotta “al corpo che la materializza e che ne è lo strumento … [L’immigrato] è il solo lavoratore le cui altre funzioni sono interamente riducibili alla funzione primaria del lavoro, mentre al limite le altre funzioni sono inesistenti. Non essendo un cittadino, cioè un membro del corpo sociale e politico (la nazione) in cui vive, è l’unico lavoratore a non avere altra funzione se non quella del lavoro”. (A. Sayyad, La doppia assenza, p.272). Sarebbe allora più esatto dire che è un lavoratore-corpo, perché la determinazione lavoratore schiaccia e inghiotte il corpo. Per il nostro discorso anche questa determinazione primaria verrebbe a cadere.

Per concludere, se la nuova legge riportasse le esatte parole “i migranti presenti sul territorio” in riferimento al diritto all’assistenza sanitaria normale, già porterebbe, almeno in linea di principio, un primo, vero colpo non solo alla legge Bossi-Fini, ma a tutta la logica che ha sorretto finora gli interventi sul “problema” dell’immigrazione, legge Turco-Napolitano compresa. Se poi si riuscisse a rendere effettivo questo diritto – ed è possibile -, ci troveremmo di fronte ad un paradosso, una contraddizione in termini: una legge rivoluzionaria …